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mercoledì 2 settembre 2009

La piana del Cerchio

Il vento sibilava tra le fronde degli alti alberi, freddo. Era una giornata scura e nuvolosa, plumbea con il suo sentore di pioggia onnipresente.
Camminai fino alla zona proibita e seppi di essere nei territori riservati al Cerchio dai contrassegni sospesi ad alcuni rari rami e dai simboli incisi sui tronchi. La magia era così forte in questi luoghi da essere quasi palpabile.
Halo si fece più visibile, mentre le lame erano ritratte al massimo, quasi impercettibili sotto la pelle. Mi sentivo pervadere da una forza salda e decisa, generata dall'unione dell'energia della donna misteriosa con la mia.
Quando giunsi in prossimità della radura scorsi gli anziani che mi attendevano. Al centro del vasto prato c'erano cerchi concentrici di pietra bianca e levigata, che avevano funzione di amplificatori energetici. Salutai con rispetto i presenti e mi accinsi ad ascoltare ciò che avevano deciso riguardo il mio incarico sul piano materiale.

"Nonostante la grave mancanza dell'altro giorno, abbiamo deciso che il tuo incarico sul piano materiale debba essere mantenuto"
Sorrisi. Avrei voluto nascondere meglio la gioia che questa notizia mi dava, ma non ne fui capace. Ringraziai.
"Non è per accontentare i tuoi desideri che abbiamo preso questa decisione, bensì per favorire Amyst. Abbiamo tenuto conto anche della ferma opposizione che Turisas manterrà a tale decisione, e speriamo vorrai considerarla anche tu, per evitare in futuro avvenimenti come l'ultimo"
Risposi che capivo e assicurai che non si sarebbe più ripetuto nulla di simile. Con l'energia nuova che mi scorreva dentro, ogni cosa appariva diversa, più semplice, più gestibile. Sapevo che sarebbe stata una facilità passeggera, ma questo non mi impediva di apprezzarla.
Un tuono rombò lontano. Sollevai il viso e ricevetti le prime gocce di pioggia sulla pelle, ad occhi chiusi.
Mi sentivo come mai prima d'ora, un essere completamente nuovo.

venerdì 28 agosto 2009

Esordio nel consiglio

Sedevo nell'ombra. Per la prima volta dal mio arrivo in questo piano occupavo uno dei posti riservati ai Dyia.
Ci trovavamo nella grande sala circolare, scavata nella pietra viva della rocca nel mare, che come un grande dente candido si innalzava a breve distanza dalla costa tra le onde. L'ambiente era scuro e ampio, piccole finestre permettevano alla luce del giorno di entrare a lame sottili, che attraverso le alte volte andavano a conficcarsi spietate nel pavimento e a malapena rischiaravano i volti dei presenti. I passi degli stivali sulle lastre levigate del pavimento creavano un'eco profonda e cupa, come anche il rimbombo delle parole più forti.
Per la prima volta indossavo le mie vesti ufficiali: abiti neri di fattura semplice, ornati unicamente dal cuoio delle due cinture e quasi completamente nascosti dall'ampio mantello che mi ricadeva dalle spalle. Il collo dritto degli abiti era di vaga foggia orientale.

Aveva la parola Turisas, che stava conducendo un duro attacco alla scelta del Cerchio circa il mio incarico di connessione con il piano materiale. Andava elencando le gravi mancanze che a suo parere rendevano la mia persona inadatta a svolgere il compito, tra cui la carenza di decisione, l'eccessiva simpatia per il mondo materiale e la mia propensione a sperimentarne i piaceri, che temeva mi avrebbero fatto dimenticare il dovere affidatomi dalla gente di Amyst.
Sorrisi con rabbia. Turisas mi conosceva nel vecchio piano, dove insieme vivevamo e serviviamo il nostro signore, ma non aveva ancora avuto modo di incontrami in questo, dopo la rinascita dalla montagna dei corvi. Non ci amavamo in precedenza e non ci amavamo ora.
L'operazione di connessione svolta con Hebe in mattinata mi aveva infuso energie ed emozioni forti, difficili da controllare. Ero di umore cupo, rabbioso: il malessere psicologico, originato dallo stress dei nuovi stimoli non ancora inseriti in una cornice emotiva riconoscibile, mi aveva portato un'elettricità fisica difficile da dominare, un'irrequietezza
litigiosa che Turisas avrebbe fatto meglio a non stuzzicare.
Quando nella sua filippica mi rimproverò la mancanza di energia e la mia incapacità di combattere (e per quanto riguarda il passato ammetto che aveva perfettamente ragione) la rabbia che avevo in corpo esplose. Balzai in piedi dal mio posto e lo avvicinai con decisione. La sua mole era quasi due volte la mia, ma sapevo bene che molti altri fattori diversi dalla mera forza fisica giocavano a mio favore. Sentii le lame allungarsi dalle mani mentre esclamavo: "Desideri misuare tu stesso le mie capacità?"

La sua espressione inizialmente fu sorpresa, poi per un secondo irosa, ma dopo un attimo ancora un sorriso scaltro gli distese i lineamenti. Si volse e riprese il suo posto tra le ombre ai bordi della sala, come se il mio intervento avesse detto quanto ancora restava da dire per rafforzare le sue argomentazioni.
Osservai i volti severi e preoccupati degli anziani del Cerchio e mi resi conto di aver commesso un grave errore. La prima e più importante regola per un Dyia recita: 'Esistono solo tre modi onorevoli per utilizzare la spada: non sfoderarla, mondare il proprio spirito, dar corso al volere di Dio'. Uno scatto d'ira nella sala del consiglio, armi in pugno, non era in elenco.
Chiusi gli occhi e respirai a fondo. Le lame si ritraevano lentamente. Porsi le mie scuse al consiglio e ripresi il mio posto, sentendo che gli sguardi di tutti mi accompagnavano. Desiderai di poter nascondere le mani deformate dalle lame che loro fissavano, ma era giusto invece che rimanessero lì, esposte, a farmi provare vergogna. Così che ricordassi in futuro di riflettere prima di sfoderarle.

Uno degli anziani prese la parola e rispose garbatamente a Turisas che la decisione era stata presa solo dai membri del Cerchio, senza interpellare il consiglio, poichè inerente a questioni della più stretta attinenza all'equilibrio del piano, a cui loro erano inscindibilmente legati e di cui rispondevano direttamente.
I discorsi proseguirono su altri argomenti, ma ancora per diverso tempo non riuscii a concentrarmi su null'altro che le lame, che piano piano tornavano a sparire sotto la pelle.

lunedì 24 agosto 2009

Halo (spiegazione)

Halo, chiamato anche 'la corona' è una emanazione strumentale. Con il termine 'emazione' si intende la quasi diretta trasposizione di energie pure in oggetto percepibile, mentre il termine 'strumentale' indica il fine pratico di tale concretizzazione.
Halo si trasmette in successione diretta; non è simbolo di nessun potere specifico, ma consiste invece in uno strumento attraverso cui sbloccare ed impiegare capacità latenti nel portatore.
L'aspetto di Halo è estremamente semplice e quasi costante per ogni suo possessore: un cerchio metallico fissato al capo, che attraversa la fronte a circa tre quarti della sua altezza. Una particolarità del suo aspetto consiste nel fatto che non risulta sempre visibile, bensì, appare fissata sotto la pelle e ne affiora solo in determinati momenti, generalmente non scelti dalla volontà di chi la indossa.

La caratteristica più importante di Halo è l'impossibilità di toglierlo. Ognuno dei suoi possessori è infatti morto al momento del passaggio della corona al successore, a causa del fatto che, durante il processo di fusione, l'energia dello strumento viene collegata in modo inscindibile a quella del portatore, così che i due risuonino insieme, alimentandosi vicendevolmente.
La principale risonanza che Halo esercita è quella relativa al terzo occhio, il condotto energetico che attraversa il capo partendo dal punto tra gli occhi e giungendo sulla nuca all'altezza della ghiandola pineale. Il magnetismo esercitato dalla corona interagisce con il flusso energetico che normalmente attraversa il condotto, polarizzandolo e potenziandolo, così da farne più precise le percezioni ed affinarne la direzione.
Il processo di fusione, cioè l'unione della corona al portatore, richiede diverso tempo e deve essere perfezionato nel tempo, fino ad ottenere un equilibrio ottimale; a causa delle evoluzioni del portatore e delle energie che Halo racchiude, la combinazione più efficiente tra corona e portatore è da cercarsi continuamente, aggiustando di volta in volta il legame per adattarlo.

Contrariamente a quanto si possa credere, non esiste un solo Halo. La corona non è infatti unica ma, in quanto manifestazione strumentale di un'energia, è invece una visualizzazione ed una concretizzazione di un concetto in una forma insita nell'immaginario ancestrale comune. Esistono quindi molti Halo ed ogni Halo è unico, poichè in ognuno viene incanalato un diverso concetto ed una finalità differente.


Dal diario passato: la fusione - 12.07.2007, 19:00
Sette.
Dorati.
Sono disposti in ordine sul panno nero, lucidi e perfetti. I loro riflessi candidi nella penombra gelida sono sorrisi senza amore; i loro suoni silenziosi sono come eco di voci in queste stanze scure.
Hanno l'impugnatura che avrebbe un coltello, ma non hanno lama: al suo posto c'e' un cono, appuntito e perfettamente liscio.
C'e' silenzio: si puo' sentire lo schiocco delle gocce che cadono, dal soffitto al pavimento, in lontananza.
Una ogni tanto.

Le figure che mi stanno intorno sono ammantate di lunghi abiti neri; i cappucci coprono il loro volto, e lo rendono una chiazza scura, solo un po' piu' nera dei vestiti.
Quando respirano, dalle loro labbra invisibili fuoriesce uno sbuffo di vapore dai colori cangianti.
Il piu' autorevole del gruppo mi e' davanti: e' lui che utilizza i sette oggetti. Ne ha gia' usati quattro.
"Sarà un lavoro lungo", mi ha detto; poi non ha piu' parlato, limitandosi ad infilare ed estrarre i coni d'oro, secondo quello che sembrerebbe un suo intento preciso, sebbene incomprensibile per me.
Il suo alito, in tutto questo tempo, ha amesso pochissimi sbuffi di vapore; come se respirasse una volta ogni molte ore.

Dopoi sette coni, ci sara' il cerchio.
Un semplicissimo cerchio di metallo, che mi hanno messo intorno al capo dall'inizio, stretto, con piccolissime borchie rotonde ad adornarlo.
Alla fine dei coni, lo stringera' di piu' e di piu', fino a che non sara' parte di me.
Poi, il suo lavoro sara' concluso.

Mormorano che devo prepararmi.
Alcuni la chiamano "corona" altri lo chiamano "halo", aureola.
Dicono che non sara' facile.
Stanno molto attenti che l'anziano non li senta parlare, temono si possa arrabbiare, se li sorprende mentre mi dicono sottovoce cosa succedera'.
Credo inizino a sperare che vada tutto bene.
"Te la metterà quando sapra' che puoi accettarla", dice uno che ha la voce di un bambino; "prima non si puo'. Perchè una volta che l'avra' messa, non la potrai togliere più."

giovedì 20 agosto 2009

Umihan (Un complesso sistema)

Non immaginavo il viaggio fosse stato così faticoso. Mi accorgo di avere ancora una patina di stanchezza addosso, che non riesco a sciogliere. Stamani esaminavo il mio aspetto prima di lasciare le stanze riservate a me e lo trovavo molto diverso da quello che avrei voluto avere: l'espressione distante, i muscoli contratti, gli occhi socchiusi. Non era certo il modo più adatto per trasmettere un'impressione positiva.
Decisi di prendermi ancora qualche minuto e lasciare che lo sguardo vagasse oltre le finestre, sul mare, proprio mentre sorgeva il giorno ad illuminare di un manto rosato le onde, le scogliere ed il cielo.
I miei pensieri erano confusi, mi facevo domande a cui non sapevo dare risposte soddisfacenti. Mi chiedevo quali fossero i nuovi equilibri che reggevano questo complesso sistema di piani che fino ad ora avevo solo potuto intuire vagamente da pochi accenni frettolosi. Mi chiedevo quali forze reggessero il mio in particolare, quale fosse il mio ruolo al loro interno, cosa dovessi aspettarmi e cosa ci si aspettasse da me...
Qualche delicato colpo alla porta mi riscosse. Colpi così delicati che se avessi dormito non mi avrebbero svegliato; con una certa curiosità andai ad aprire e mi trovai di fronte l'ultima persona che avrei immaginato.

"Umihan?"
"Ciao... Ylai"
Pronunciava il mio nome con esitazione, quasi con imbarazzo, mi dissi che era normale perchè non lo aveva mai utilizzato: nel tempo in cui vivevamo insieme ne portavo un altro, ma anche il mondo era un altro, sull'altra faccia del nastro di Moebius.
La feci entrare e ci sedemmo proprio di fronte alle grandi finestre dove avevo lasciato i miei pensieri perdersi poco prima. Avrei voluto chiederle molte cose di lei e anche di Caim, ma mi bastò un suo sguardo per capire che non avreebbe potuto parlarmene; così mi limitai ad ascoltare ciò che era venuta a dirmi, accettando come ormai facevo da tempo l'assoluto divieto di ricercare alcuna traccia di lui o del suo attuale stato. Mentre parlava, notai che la sua voce dolce era diventata più giovane, fresca, come anche il suo aspetto. Sembrava ringiovanita, ma non solo; si sarebbe detto che qualcosa di molto più luminoso ardesse in lei rispetto al nostro ultimo incontro e in qualche modo arrivasse da dentro ad illuminare anche il suo aspetto esteriore.
Con precisione prese ad illustrarmi gli equilibri che solo pochi minuti prima mi sembravano tanto oscuri, dipanando in parte la nebbia che avvolgeva le mie riflessioni.

"Innanzitutto devi sapere", esordì, "che questo piano si trova a mezza via tra altri due. Non si tratta di un piano completo in sè stesso, la sua essenza è solo in parte sua propria: esso contiene parzialmente la scintilla vitale che lo individua e lo rende animato, ma non ne è pieno. Al suo interno trova posto anche l'energia dei piani da cui è stato originato, come se da essi sublimasse, come se ne fosse emanazione. Per questa ragione l'essenza stessa di questo piano è in parte composta dei sogni, dei desideri e delle speranze di coloro che vivono negli altri due, in un legame inscindibile e ambivalente. Le azioni intraprese qui, su di essi si riflettono"

Le sue parole scivolavano in basso, verso una parte di me profondissima che le assorbiva e le accoglieva a risvegliare conoscenze e consapevolezze che non sapevo di possedere.
Di colpo sentii l'essenza dei corvi agitarsi in me, quasi mi sembrava che le loro piume nere mi affiorassero sulla pelle e il mio viso mutasse fino a trasformarsi in un becco, ma fu solo un istante. Con un un cenno le chiesi di proseguire e lei con molto tatto non commentò ciò che di certo aveva notato.

"L'equilibrio tra le forze di questo piano è mantenuto da un complesso sistema. Quattro sono le forze principali su cui si impernia questa epoca, ognuna incanalata da uno dei quattro Diya. Su di loro vigila il Cerchio, che ha il compito di amntenere viva la percezione di tutte le altre forze presenti ed esprimerne le spinte per preservare l'equilibrio e la corretta interazione"
Sembrò riflettere qualche secondo prima di aggiungere: "I membri del Cerchio sono saggi e potenti. E' tuo dovere prestar loro ascolto, Ylai"

La ringraziai per le spiegazioni per me tanto preziose e domandai ciò che più mi preoccupava: "Qual'è il mio compito?"
Lei sorrise e chiese semplicemente: "Cosa desideri per questo mondo?"
"Pace", risposi istintivamente; "felicità, la possibilità di un futuro. Tutto ciò che non avevamo prima e che forse ora è diventato possibile"
"Questo. Solo questo è il tuo compito"
Si alzò e si diresse alla porta prima che potessi ribattere, anche prima che potessi salutarla. Già sulla soglia disse solo "Arrivederci", e con un ultimo sorrisò se ne era già andata.